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Campo di battaglia - Carolina Capria

Riesco a dividere con una certa facilità la mia intera vita in “fasi”. Come fossero capitoli di una storia. Ciascuno scandito da determinati avvenimenti, luoghi, persone e grandi temi esistenziali. Riesco anche a riconoscere le fasi in cui sentivo che la mia vita fosse il bestseller venduto al fianco di Ken Follet mentre altre (a dir la verità tutte una volta superata l’adolescenza) in cui capisci che "sei solo un filo d’erba” per citare il buon caro Zero Calcare. Con il tempo, la consapevolezza di essere tutte un po’ più Sharpay Evans anziché Gabriella, ci accomuna, ci abbassa il baricentro e ci solidifica, ci offre una postura diversa, ci alza il mento e ci mostra il famoso concetto di “insieme”, di cui tu rappresenti solo uno degli infiniti punti che formano il cerchio. All’inizio però, questo fatto di non essere più speciale, intelligente o bella di altre, non è stata una così lieta scoperta.

Mi ricordo quando da piccola, seduta su uno dei primi aerei della mia vita, con i piedi che spuntavano dal sedile e le gambe tese ancora abbastanza corte per essere comoda su un sedile Ryanair, pensavo al fatto che io non avevo paura, tutti i grandi mi chiedevano se avessi un po’ di timore e io (piccola precoce people pleaser) rispondevo con un leggero cenno del capo, come a dire: “si, un po’ si” mentre dentro di me custodivo la certezza che qualsiasi cosa fosse accaduta, io mi sarei salvata. E’ l’ottimismo dei bambini. Non era un superpotere. Probabilmente anche tu che stai leggendo, in cuor tuo, avevi le stesse certezze.

Poi siamo diventate grandi. E il mondo, senza più aver bisogno di plateali punizioni, discriminazioni, strattoni e spintoni, ma con qualche perfida parolina sussurrata all’orecchio, uno sgambetto ogni tanto e un paio di pizzicotti qua e là, ha contribuito ad alterare la percezione di noi, dal derma alle interiora, dalle doppiepunte alle unghie dei piedi, ha iniziato a farci sentire in colpa, inadatte e inopportune per qualsiasi passo osassimo fare fuori dal tracciato. Ma con la grande promessa di un’enorme e succulenta ricompensa se solo avessimo imparato le regole del gioco alla perfezione. Ambire alla vittoria certo, ma dentro al recinto. Leggendo il libro di Carolina Capria ho vissuto per l’ennesima volta quella sensazione di essere “solo un filo d’erba” ma un millimetro più alto degli altri. Come se questo libro parlasse a tutte le persone sì, ma urlasse nitido e cristallino nelle orecchie di ciascuna donna, o chiunque si identifichi come tale. Questo libro da voce a pensieri. Esplica riflessioni di cui conosciamo bene la fisionomia. Ed è tutto ciò che un saggio dovrebbe fare. Ma con un linguaggio talmente semplice e diretto da darti l’impressione che manchi solo un Aperol Spritz per essere al bar del centro con un’amica di una vita che ti parla di quanto sia stanca di questo sentimento di inadeguatezza che le riverbera nella ossa da anni. E mentre l’ascolti parlare ti ricordi perché siete amiche da così tanto tempo. Perché dentro quei ragionamenti ci sei tu. C’è la te alta 1 metro e un fagiolo che vede il calendario di Elisabetta Canalis attaccato sulla parete in camera di tuo fratello che pensa che da grande dovrà avere un corpo così per poter valere almeno qualcosa. Ma tranquilla che ci sei anche tu, a 30,40,50,60 anni che spendi soldi in skincare, haircare, make-up, filler e Botox mentre ambisci ad essere una femminista rivoluzionaria. Di chi è la colpa? Del patriarcato? Dei media? Della televisione? Del social? Ha senso trovare il colpevole? Ma soprattutto, ha senso continuare a nuotare verso riva se riusciamo a vedere e sentire lo tsunami di inadeguatezza proprio dietro di noi? Non avrebbe senso forse arrendersi all’inebriante voglia di raggiungere la perfezione continuando a investire tempo e denaro in ciò che ci rende (o almeno così promette) adatte ad abitare il mondo?

La risposta non ce l’ho. Ma posso dire che questo libro, pur mostrandoti, sfacciato, quante energie tu stia sprecando invano, riesce a restituirti una boccata di aria fresca. E anche se la terraferma della risoluzione e perfezione è stata studiata per rimanere lontana da noi e impedirci di raggiungerla, ha senso continuare a nuotare. Ancora e ancora.

 
 
 

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